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La grande Africa di Giulia Caminito

Giulia Caminito è una giovane scrittrice e junior editor (Elliot Edizioni) al primo esordio in libreria. Ha attinto da una storia di famiglia per trasformarla in un romanzo personale di crescita e d’avventura, intitolato “La Grande A”. La scrittura è vivace, originale e sperimentale con protagonisti coinvolgenti. La bisnonna Adi (i nomi sono fittizi, ndr), contrabbandiera di alcolici e proprietaria di un piccolo bar ad Assab, città portuale dell’Eritrea, trasferitasi nella colonia fascista per sfuggire al marito che la voleva tenere “come una rosa in una teca.” La nonna Giada, una dei figli di Adi, che raggiunge la madre in un’Africa diversa da come se l’era sognata. Il nonno Giacomo che accetta di sposare su due piedi Giada per imposizione della madre di lei. E ancora personaggi collaterali dai caratteri marcati come Checco, la gazzella, Hamed, il garzone del bar, Orlando, compagno di Adi fascista convinto, e Nicole, francese ed esistenzialista fino alla punta dei capelli.

Il libro edito da Giunti è uscito il 12 Ottobre.

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Giulia Caminito. Autrice di “La Grande A”

Che tipo di ricerca hai dovuto eseguire per l’ambientazione del libro?

Prima di tutto ho fatto delle lunghe interviste alla mia fonte principale cioè mia nonna, che nel libro si chiama Giada, ed è un po’ il centro della narrazione. Per un anno abbiamo lavorato insieme in ordine cronologico con un’intervista al mese cercando di ricostruire insieme i passaggi chiave della sua storia. Io provavo a intervenire facendole delle domande più specifiche e riempiendo i suoi vuoti con ciò che ricordavo dei racconti di mio nonno, che nel libro è Giacomo. Finita questa fase, ho iniziato a documentarmi sul periodo storico tramite libri, riviste, opuscoli, fotografie che avevamo a casa o che molti amici sono stati così gentili da regalarmi o da farmi consultare.

È stato difficile ripercorrere e ricostruire una storia di famiglia?

Difficile non direi. È stato bello per me e per mia nonna rivivere insieme tutto il suo trascorso. Mi ha permesso di conoscerla meglio e di far luce su molti fatti del suo passato che io fin da piccola avevo solo intuito, ma mai compreso.

Perché Mamma e Marito sono scritti in lettera maiuscola?

Perché non sono solo delle persone vicine a Giada ma anche delle “entità” in un certo qual modo, si portano dietro il peso e l’importanza del loro ruolo nella sua vita. Hanno intorno un’aura sociale e famigliare.

Chi sono i Diavoletti che infestano l’Eritrea?

Sono semplicemente bambini poveri che abitavano ai confini della piccola città di Assab e che mia nonna ricorda con questo nome perché erano molto vivaci e combinavano guai. Nel libro, per far capire che tipo di rapporto ci fosse tra le popolazioni africane e gli italiani, ho mantenuto alcuni modi di dire come “diavoletti”, “ascari”, “sciarmutte”, che hanno una connotazione coloniale molto forte e sono in realtà dei dispregiativi razzisti, ma che gli italiani erano così abituati a usare da non rendersene neanche conto. Mia nonna usa normalmente quelle parole anche oggi per parlare di chi vede in televisione e non collega questo a una mentalità coloniale e oppressiva, come quella che li ha fatti nascere, perché non le appartiene, ma non si può negare che quella fosse la loro natura. Comunque si può certamente dire che sono stati gli italiani a infestare l’Eritrea, i Diavoletti erano i veri abitanti di quelle terre.

I protagonisti ancora in vita della storia hanno letto il tuo libro? Quali sono stati i loro pensieri?

Mia nonna e mio padre lo hanno letto e si sono ritrovati nella storia nonostante ci siano alcune cose differenti. Alla fine si tratta di un romanzo e non di una loro biografia. Ho invece il dubbio che alcuni miei parenti resi personaggi non saranno felicissimi delle parti che svolgono nel romanzo, però ancora non ho potuto verificarlo.

Quali sono le tue emozioni e i tuoi timori alla vigilia dell’uscita del tuo primo libro?

Spero che il libro non risulti troppo complesso nella lingua e manchevole dal punto di vista della ricostruzione storica o della narrazione epica. So di aver tentato una strada non comune con questo impasto tra la mia scrittura e una memoria famigliare e potrebbe non piacere o apparire faticoso. Inoltre il colonialismo e il post-colonialismo sono temi meno trattati nella nostra letteratura (anche se ci sono vari casi e di certo il mio libro non è l’unico) e molto delicati. Spero che il romanzo possa risvegliare nei lettori la curiosità per quella parte della nostra storia poco nota alla maggioranza, che riguarda alcune nefandezze e crimini contro l’umanità di cui gli italiani si sono macchiati e che sono stati rimossi. Oggi sarebbe utile ricostruire un certo passato per avere una chiave di lettura più efficace sul presente e sui nostri rapporti con gli altri paesi. Io però sono partita dall’esperienza di una bambina che senza sapere nulla di tutto ciò era partita per l’Africa cercando di ricongiungersi alla madre, e ho solo accennato a problematiche storiche e politiche.

Che differenza c’è tra lo scrivere una storia ad uso e consumo personale e una per una casa editrice?

Questa storia è iniziata come una storia personale, un tentativo che ho voluto fare insieme alla mia famiglia, ma è ben presto diventata una storia anche per la casa editrice perché sono stata fin da subito affiancata da persone che lavorano in Giunti che mi hanno aiutata. Un libro per una casa editrice è sempre un lavoro che si avvale dei pareri e degli interventi esterni e deve sapersi destreggiare tra le idee degli altri e la propria natura. Si devono accogliere i suggerimenti di persone esperte e di cui ci si fida, ma si deve anche opporre la giusta resistenza rispetto al proprio modo di voler portare avanti la narrazione.

Che consigli potresti dare a chi desidera pubblicare una sua storia?

Avere un progetto, non solo una storia, e lavorare a lungo per realizzarlo.

Hai già in mente un prossimo progetto letterario?

Sto pensando a due ipotesi, tuttavia ancora non ho idea di quale prevarrà e come.

A cura di: Donatella Rosetti